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Redazione di Met
Firenze, la voce degli anziani: "Ecco le nostre proposte"
Messaggio di Papa Francesco a 'La forza degli anni'. Il saluto del Card. Betori e del Sindaco Dario Nardella. Liliana Segre: "Salvarsi dall'odio tornando ad amare". Le testimonianze, da Enio Mancini a Carmela Grande ai nuovi italiani Godstime e Francis
"Si individuino per gli anziani concrete politiche di sostegno ai loro bisogni e modelli positivi per valorizzare la loro esperienza e saggezza". E' l'auspicio con cui Papa Francesco, in un messaggio scritto, ha salutato il convegno "La forza degli anni. Senza sogni si invecchia davvero", promosso a Firenze, in Palazzo Vecchio, venerdì 18 e sabato 19 ottobre dalla Comunità di Sant'Egidio in collaborazione con il Comune, l'Arcidiocesi e la Fondazione Cr Firenze. Il Papa ha augurato che il convegno possa contribuire "ad affermare il ruolo degli anziani nella società". Presenti anche l'imam di Firenze Izzedin Elzir, il Presidente del Consiglio comunale Luca Milani e l'assessore al welfare Andrea Vannucci.

"La cosa più nociva che possiamo pensare e' quella di contrapporre gli anziani ai giovani - ha detto il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze -. Il Papa lo ricorda sempre, la societa' va avanti con i sogni dei giovani ma anche con l'esperienza degli anziani. I giovani sono sostenuti dallo slancio degli anziani".

Il convegno, a cui ha preso parte anche il sindaco Dario Nardella, "nasce dal desiderio di dare voce pubblicamente agli anziani – dicono gli amici di Sant'Egidio - Siamo convinti che per affrontare i nodi del presente e provare a dare risposte soprattutto alle giovani generazioni, è necessario ascoltare la voce spesso silenziata di chi ha affrontato con responsabilità i molti anni vissuti"

Per il sindaco Nardella, “li anziani sono essenziali. Il futuro è dei giovani ma in realtà è di tutti, anzi io credo che sia ancora più importante che una persona anziana si ritenga protagonista della costruzione del futuro. Se cosi non fosse gli anziani lascerebbero andare un po' tutto, invece noi abbiamo bisogno dell'esperienza, della saggezza, dell'equilibrio, anche per costruire il futuro”.

Nel tessere e ritessere il tessuto della città, “ci viene istintivo, anche giustamente, rivolgerci ai giovani. Ma io invito anche gli anziani, che sono quasi il 30 per cento della nostra popolazione, a raccogliere le piccole e grandi sfide del nostro tempo. Tra le grandi vi sono quella delle migrazioni e quella di un modello di sviluppo che utilizza la ricchezza come mezzo e non come fine. Non si devono rendere periferiche queste belle energie di affetto, di cultura, di vissuto, di cui gli anziani sono depositari e portatori”.

La Senatrice a vita Liliana Segre ha inviato un messaggio video alla platea: “Mi rivolgo a tutti come nonni ideali. Bisogna essere forti, tramandare ai nostri nipoti, sempre, una storia di forza e di speranza, mai di odio, di violenza, di quelle cose che ci hanno rattristato la vita. Ma una visione di amore, quello che noi abbiamo provato per loro e quello che proveranno loro per i loro figli". E ricorda: "Sono stata anch'io una bambina. Sono stata amata moltissimo della mia famiglia, ma esclusa dalla società totalitaria in cui vivevo per la colpa di essere ebrea. Sono stata espulsa dalla scuola. Quella parola, 'espulsa', mi ha segnato per sempre”.
Poi "le leggi razziali, l'odio, che hanno portato a imprigionare, ad arrestare, a deportare questa minoranza di cittadini italiani. Ma non tutti sono sommersi. Primo Levi alla fine decide che chi è passato da Auschwitz resta un sommerso anche se si è salvato. E invece cercare di farcela, cercare di salvarsi comunque da quell'odio, se si torna ad amare, se si torna ad essere amati. Questa è in sintesi la storia di questa vecchia signora che dopo tanti dolori, tanti lutti, ha avuto la grande salvezza nell'amore per cui ha potuto diventare mamma, nonna, e soprattutto donna libera e di pace che sono anche adesso".

Anche Enio Mancini è stato un bambino. Lo era quando a Sant'Anna di Stazzema i nazisti, accompagnati da fascisti che conoscevano i luoghi, lo rastrellarono insieme ai suoi familiari e amici.
“Sono un bambino fortunato – ha detto Mancini – Sono sopravvissuto al contrario di circa altri 140 come me. Quando si uccide un bambino si uccide l'umanità. Giravamo scalzi, senza gli zoccoli che erano le calzature di noi bambini. Cercavo i miei amici e non li riconoscevo”. Il fuoco e le armi li avevano resi irriconoscibili: “Mi portarono via, mentre i padri tornavano e cercavano disperatamente i loro bambini, che erano tra le vittime insieme a circa 250 donne e centinaia di anziani. Ho vinto il rancore. Col tempo i tedeschi sono tornati in questo luoghi e ora incontro i bambini delle loro scuole”.
Testimonianze come quella di Enio Mancini sono nate dall'avere sperimentato un'estrema fragilità, mentre, ha osservato il pittore italo-albanese Besnik Sopoti, autore dell'immagine del convegno, “crescevano le marce e le sfilate del nulla”.

Per il Cardinale Giuseppe Betori, "uno dei problemi più gravi che la nostra società sta attraversando è quello della frammentazione tra istanze che si contrappongono tra di loro: la cosa più nociva è quella di contrappore gli anziani ai giovani, sarebbe una grave spaccatura". I tre temi scelti per questa nuova edizione de 'La forza degli anni' consentono di puntualizzare molto bene alcune prospettive, ma “vorrei sottolineare con voi che bisogna accogliere le sorprese nella vita. Una sorpresa è arrivata quest'anno non solo per voi, ma anche per voi che siete chiamati ad accoglierla responsabilmente e con senso di festa, un po' come l'ho accolta anch'io. Alla Comunità di Sant'Egidio la 'Piccola compagnia di Maria' ha voluto donare quest'anno la conosciutissima Villa Cherubini che, a quanto mi si dice, prenderà presto il nome di 'Villa Potter' e sarà sicuramente una casa della solidarietà. C'è bisogno dell'aiuto di tutti, anche di chi è avanti negli anni per farla crescere, perché 'Villa Potter' invita tutti, anche noi anziani, ad essere più grandi, più “maturi”, cioè più responsabili, e trovare le strade per sostenere la crescita di questo luogo, farne una casa curata e aperta, in corrispondenza con un cuore, anche il vostro, più aperto. Non c'è età che tenga”.

Molti anziani, ha sottolineato Betori, realizzano quello che è necessario per il nostro futuro: guardando alla propria esperienza ritornano e ciò che è essenziale e nella loro città scorgono ciò che è decisivo per l'intero pianeta. La sensibilità per il lavoro, la cura per una città pulita, l'esperienza della debolezza, “li pone ad esempio in prima fila – anche se non sono sul palcoscenico mediatico – come 'ammortizzatori sociali' di fronte ai figli che non ce la fanno anche quando sono adulti; di fronte al pianeta che reclama di essere curato e non usato come una pattumiera; di fronte a quelli che Papa Francesco ha definito gli '“scartati' diventati inutili per un modello di sviluppo disumano. Senza saperlo tanti anziani vivono quelle dimensioni che il Papa ha individuato con alcune espressioni molto efficaci, in particolare che 'l'unità è superiore al conflitto' e che 'il tutto è superiore alla parte'”.

Certo, non è facile sorridere al tempo che passa, ma c'è un “soffio” che in segreto unisce “terra e cielo e prepara sorprese nella vita di ogni persona”, spiega Carmela Grande, professoressa di filosofia, che ha operato insieme a Fioretta Mazzei accanto a Giorgio La Pira. Lei ha raggiunto Firenze da Siracusa e ha rievocato un tratto di storia che sarebbe ben ricordare in quell'Italia in cui si scriveva, tanti anni fa ma non troppi, “qui non si affitta ai meridionali”. Eppure il vero “miracolo” di lento avvicinamento e timida accettazione fra Nord e Sud fu compiuto dagli insegnanti del Sud in cerca di lavoro che insegnarono agli alunni del Nord a parlare l'italiano, dato che anche lì i ragazzini si esprimevano in dialetto. Furono gli insegnanti “il ponte di avvicinamento fra queste realtà così diverse”.
Anche oggi è così e può esserlo anche in nuove forme. Ogni anziano, osserva Cosimo Martinese, “è una raccolta di storie” e tra questa vi è quella di non pochi anziani che a Firenze fanno gratuitamente scuola ai bambini italiani e stranieri e ai giovani richiedenti asilo. Tra questi è Godstime Akhelumele, nigeriano che oggi a Firenze fa il panettiere, fuggito da Edo State dopo la morte del padre, quando la famiglia si impoverì improvvisamente e i giovani come lui rischiavano di essere irretiti dalla delinquenza delle gang anche sottoponendo a minacce ai suoi cari: “Si parla molto dei viaggi in mare, ma nessuno sa cosa succede nel deserto. Il deserto è ancora più terribile! Si attraversa con dei furgoni, dove le persone stanno ammassate, insieme alle loro poche cose. Si può stare anche 3 o 4 giorni senza mangiare o bere, con il caldo che arriva anche a 50 gradi. Si può fare una sola sosta al giorno e chi non risale sul furgone o rallenta il viaggio viene lasciato lì. Non c’è tempo di aspettare! Lungo il percorso nel deserto si vedono tantissimi corpi di persone”.
Anche Francis Cobbinah, ghanese, è andato a scuola con gli anziani di San Frediano. Oggi lavora in una macelleria e quando smette di lavorare spesso va a portare da mangiare ai senza fissa dimora: “Io sono qui da pochi anni, ma ho visto che il rapporto tra persone di età diverse non è come nel mio paese. In Ghana anziani e giovani vivono separati: gli anziani stanno sempre in casa e non si avvicinano ai giovani, mentre i giovani non hanno tempo per gli anziani. In generale poi, gli adulti non hanno molto tempo per stare con i figli. Anche nelle famiglie unite, dove ci si vuole bene, spesso i bambini crescono da soli.Questo è
un problema molto serio”. Qui invece “abbiamo questa grande opportunità. Dobbiamo cercare di
stare vicino ai nostri anziani il più possibile. Dobbiamo ricordare che loro hanno vissuto delle cose che noi giovani magari non conosciamo. Hanno vissuto anche dei momenti difficili. Per esempio durante la Seconda Guerra Mondiale. Per me che non conoscevo bene la storia dell’Europa, è importante saperlo e ricordarlo”.


La testimonianza di Godstime: "Dalla Libia a Firenze. Gli angeli esistono". "Durante il viaggio verso la Libia siamo stati catturati dalla polizia, e sono rimasto in prigione per 8 mesi. Piangevo sempre, avevo perso ogni speranza di vita. Le prigioni della Libia non sono come quelle dell’Europa.
Quelle sono alberghi a confronto. Le prigioni in Libia sono stanze scavate sotto terra, chiuse sopra da grate di ferro. Tutti cercano la luce del sole con gli occhi, tenendo la testa alzata. In una stanza, dove c'è posto per 20 persone in piedi, stanno anche in 100.
Al mattino ci portavano a lavorare come muratori. Ci davano un pezzo di pane secco e un bicchiere d’acqua. Si dormiva per terra, uno sull'altro. Si mangiava e si faceva tutto lì. Non c’erano le toilette e nemmeno l’acqua corrente. La gente moriva, si addormentava di notte e non si svegliava
più. Ho visto tante persone che non si sono svegliate! Di giorno non c’erano pause, la polizia ci trattava male e ci picchiava. Chi si fermava dal lavoro, veniva frustato. Quando si lavorava nei cantieri, i soldati stavano sui tetti, con i fucili puntati su di noi. Ci picchiavano per qualsiasi motivo,
anche quando non facevamo nulla. Qui non si ha idea di quello che sta succedendo in Libia. E neanche di cosa accade nel deserto.
Quando ero in prigione, pensavo di morire. Non pensavo a me e alla mia sofferenza, i pensieri erano tutti per mia mamma. Se morirò qui, lei cosa farà?
Ho passato 8 mesi in prigione, che non dimenticherò mai! Un giorno un poliziotto ha avuto pietà di me. Quando ha saputo che avevo 16 anni, mi ha portato a casa sua di nascosto. Ma quello non era un posto sicuro.
Potevo di essere di nuovo arrestato. Aveva trovato però, un altro modo per farmi andare via, in Europa. Mi ha infatti pagato lui il biglietto per il viaggio in mare. E' stato un angelo! Mi ha portato sulla spiaggia, una notte, e sono partito su un barcone, verso l’Italia. Il mio viaggio è durato 3 giorni e 3 notti, in mare aperto. Nessuno in quel viaggio, grazie al cielo, è morto, ma eravamo in troppi e la barca, ad un certo punto, ha iniziato a riempirsi di acqua mista a benzina. Le onde poi facevano muovere tutto. Credevo di non avere più speranza! Dopo qualche ora è arrivato un elicottero e poi una nave, uguale a quelle che portano i turisti in vacanza all’Isola d’Elba.
In quei momenti, prima dell’arrivo dei soccorsi, non avevo più paura. Non perché pensavo di essere salvato, ma perché credevo di essere già morto. Uno che è morto non ha più paura! Io pensavo sempre e solo alla mia mamma e piangevo.
La nave ci ha portato in Sicilia. Sono sbarcato a Lampedusa, come tanti! Era il 29 giugno 2015. Non dimenticherò mai quella data! Perché nessuno può dimenticare!
Dopo 3 giorni dallo sbarco, sono arrivato a Firenze. In questa città è iniziata la mia nuova vita. Ho imparato l’italiano. Ho preso il diploma di terza media ed oggi ho una casa e un lavoro. Soprattutto ho tanti amici!”

19/10/2019 21.27
Redazione di Met


 
 

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