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Opera di Santa Croce
Ultima cena di Vasari, in Santa Croce il sollevamento d’emergenza per la Scuola sulla gestione del rischio
80 scienziati ed esperti hanno assistito nel Cenacolo all’azione del meccanismo che mette in sicurezza la tavola, pesante 600 chili, in circa dieci secondi
L’Ultima cena di Giorgio Vasari, collocata nel Cenacolo di Santa Croce, in caso di emergenza viene messa in sicurezza grazie a un meccanismo che la solleva in dieci secondi a 6 metri da terra. Martedì il meccanismo è stato azionato in occasione della visita della Scuola europea di formazione sulla gestione del rischio disastri, iniziativa di formazione che si è conclusa ieri al Campus di Novoli, a cura del Centro per la Protezione Civile dell’Università di Firenze con la collaborazione di Presidenza del Consiglio dei Ministri, International Network for Government Science Advice (INGSA), Centro Comune di Ricerca (JRC) della Commissione Europea e Direzione Generale per la Protezione Civile Europea e l’Aiuto Umanitario (DG ECHO).

80 fra scienziati e responsabili di politiche nel settore della riduzione del rischio di disastri provenienti da 20 paesi europei ed extraeuropei, hanno assistito al sollevamento e partecipato a una visita del complesso insieme a Nicola Casagli, presidente del Centro per la Protezione civile dell’Università di Firenze, e a Mauro Dolce, direttore del Dipartimento di Protezione civile del Ministero dell’Interno. L’evento è stato organizzato dal servizio di valorizzazione del patrimonio culturale dell’Opera di Santa Croce, istituzione che nella fase post alluvione è stata fortemente impegnata per l’organizzazione del piano di messa in sicurezza delle opere.

Simbolo dell’alluvione del 1966 e collocata nel Cenacolo nel 2016 dopo un lungo e complesso intervento di restauro, la Cena è protetta da un meccanismo progettato da Sertec sas e dalla struttura tecnica dell’Opera di Santa Croce, in collaborazione con GeoApp, spin off dell’Ateneo. In caso di emergenza una sola persona, comandando un sistema meccanico di contrappesi e carrucole (senza alcun utilizzo di apparecchiature elettriche o elettroniche per evitare il rischio di interruzione di energia), è in grado di provvedere a sollevare l’opera, dal peso di 600 chilogrammi, a 6 metri di altezza, quota che supera di un metro il battente dell’alluvione del 1966. Il restauro dell’Ultima cena, larga circa 5,80 metri e alta 2,60, è stato una sorta di miracolo che ha richiesto competenze eccezionali e scelte tecnologiche innovative. Curato dall’Opificio delle pietre dure, sotto la direzione di Marco Ciatti e Cecilia Frosinini, è stato finanziato dalla Protezione civile, dalla Getty Fundation e da Prada.

Nel novembre 1966 la tavola, composta da cinque pannelli di pioppo, era esposta nel Museo dell’Opera di Santa Croce dove rimase, per ore e ore, immersa nell’acqua e nel fango. L’intervento di Umberto Baldini, allora direttore del Laboratorio di restauro della Soprintendenza, evitò il disastro. Prevedendo l’irreparabile distacco del colore, a causa del rigonfiamento e della successiva contrazione del supporto in legno, protesse i colori con una velinatura e l’opera con un’asciugatura graduale, contenendo i pur pesantissimi danni.

16/01/2020 11.20
Opera di Santa Croce


 
 


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