Redazione di Met
Omelia proclamata nella Basilica di San Lorenzo dall'Arcivescovo di Firenze, Gherardo Gambelli nella Solennità del copatrono della città - Galleria Fotografica
"La colletta per i poveri è anzitutto una liturgia, un servizio sacro"
Il senso profondo della festa di San Lorenzo è ben sintetizzato nelle parole della preghiera con cui abbiamo iniziato la celebrazione di oggi: “O Dio, l’ardore della tua carità ha reso San Lorenzo fedele nel ministero e glorioso nel martirio: fa’ che amiamo ciò che egli ha amato e viviamo ciò che ha insegnato”.
Non si tratta di compiere uno sforzo morale per essere più buoni, imitando San Lorenzo, ma di lasciarci affascinare dalla logica nuova del Vangelo, di amare ciò che Gesù e i santi hanno amato. “Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era si è fatto povero, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9).
“L’opzione preferenziale per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica”, diceva Papa Francesco (EG 198).
La prima lettura ci invita a meditare sulla fede che si rende operosa nella carità, nel servizio al prossimo, per assistere quanti si trovano nelle necessità. Ma subito ci accorgiamo che non basta fare il bene, bisogna fare bene il bene: “Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia” (2 Cor 9,7). Fare il bene con gioia, cioè ricchi di quel dono dello Spirito che ci permette di superare le prove che sempre incontra chiunque vuole vivere la fedeltà al Vangelo.
Il contesto della lettura della Seconda Corinzi di oggi è quello della colletta, organizzata da Paolo, fra le Chiese della Macedonia e dell’Acaia, per i poveri della Chiesa madre di Gerusalemme. Questa opera di comunione, di koinonia fra le chiese, viene qualificata con tre termini: liturgia, servizio, testimonianza.
La colletta per i poveri è anzitutto una liturgia, un servizio sacro: “L'adempimento di questo servizio sacro non provvede solo alle necessità dei santi, ma deve anche suscitare molti ringraziamenti a Dio” (2 Cor 9,13). Diaconia tes leiturghias il culto che piace al Signore consiste nell’offerta della nostra vita. La giustizia, cioè l’esperienza della salvezza, è frutto dell’amore e del perdono, come ci ricorda Paolo citando il Salmo 111: “Ha largheggiato, ha dato ai poveri, la sua giustizia dura in eterno”.
Perdonare e dare sono disposizioni d’animo che hanno una medesima radice: quella di portarci verso l’altro. E ci rivelano un aspetto essenziale della nostra natura umana: quando diventiamo capaci di riconoscere il volto dell’uomo in chi ci ferisce e perdoniamo, quando sentiamo il bisogno di dare quel che abbiamo perché l’altro che incontriamo stia bene, allora facciamo esperienza di quella profonda e autentica libertà di cui gli esseri umani sono capaci. Perdonare e dare ci fanno comprendere che siamo liberi non per noi stessi ma per gli altri che ci stanno accanto.
La colletta per i poveri è qualificata poi come un servizio (diaconia) che si configura come un seminare. Sia qui, come nel Vangelo di Giovanni, l’immagine della semina richiama il lavoro di chi esce nel campo, lo dissoda, lo prepara e poi getta con cura il seme e attende.
La “diaconia” dei cristiani, quella che siamo chiamati ad esercitare nella nostra esistenza quotidiana è allora qualcosa di più, se si vuole, di un donare: è, appunto, un seminare, perché la cura per l’altro significa perdonare e dare sapendo che questi gesti sono un seme, il cui frutto arriverà.
Nulla viene perduto nel perdonare e nel dare, quando questi gesti sono autentici, quando sono esercizio della libertà che è per l’altro, perché, come il seme, quei gesti entrano nella terra del cuore dell’uomo, soprattutto nella terra dissodata e pronta di chi è ferito.
La Parola di oggi ci pone davanti ad una chiave di lettura del nostro presente, di quello che viviamo nella nostra stessa città. Chi è lasciato ai margini, chi ha perso il lavoro, chi pur a fronte della fatica e del sacrificio non ha la possibilità di dare ai propri figli la possibilità di un’istruzione universitaria, chi vive il dramma della solitudine, chi non ha casa, i tanti, i troppi ignorati da relazioni sociali ed economiche che generano tanta ricchezza ma la accompagnano con l’iniquità di un lavoro privato della sua dignità: tutto questo, tutta questa povertà umana in cui siamo immersi, rende il cuore dell’uomo pronto per quel seme di libertà che è la Parola incarnata che si fa perdonare e che si fa dare. Perché in tutto questo, in un tempo che anche qui, a Firenze, per troppi esseri umani è come imprigionato in un oggi senza vie di uscita, rende presente la speranza. È appunto un seme: chi lo offre come chi lo riceve sa che ci può essere un domani migliore, quello in cui il grano biondeggia nei campi e viene il momento di festeggiare insieme.
Questa deve essere la priorità per tutti, sulla quale operare in armonia, prendendo la realtà come elemento di partenza per il discernimento, superando potenziali contrapposizioni per perseguire il bene superiore, quello dell’aiuto ai più fragili.
La colletta è infine una forma di testimonianza. “A causa della bella prova di questo servizio essi ringrazieranno Dio per la vostra obbedienza e accettazione del vangelo di Cristo, e per la generosità della vostra comunione con loro e con tutti” (2 Cor 9,13). La vera testimonianza è quella che conduce chi la riceve a fare esperienza della bellezza di vivere la fedeltà al Vangelo.
Santa Teresa di Calcutta raccontò una volta: Tempo fa, un uomo venne nella nostra casa a dirci: “Madre, c’è una famiglia, una famiglia indù che ha otto bambini. Non hanno niente da mangiare. Porti loro qualcosa”. Presi un po' di riso e andai. Quando giunsi in quella casa, potei notare la fame negli occhi dei bambini: i loro occhi erano lucidi. Diedi il riso alla madre, ed essa lo prese. Fece due parti e uscì. Quando tornò le chiesi: “Dov’è andata?”. Mi rispose: “Anch'essi hanno fame”. Era stata dai vicini: anch'essi avevano fame. Quello che mi impressionò di più non fu che avesse dato il riso, ma che lei sapesse che avevano fame. E siccome sapeva, condivise. Il mattino seguente ne portai ancora, ma quella sera avevo lasciato che assaporassero la gioia di spartire, di amare. L'amore, per essere vero, costa sacrificio. Questa donna, che aveva fame, sapeva che anche i suoi vicini avevano fame. Quella donna era indù, e i vicini erano musulmani. Era una cosa così commovente e così reale.
E anche noi oggi chiediamoci: Sappiamo dove sta chi ha fame? Ci interessa davvero saperlo? Donaci, Signore, per intercessione di San Lorenzo, la grazia di vedere le povertà di chi ci sta vicino e insegnaci a condividere, a seminare, con la fiducia in Te che ami chi dona con gioia, che moltiplichi la nostra semente e fai crescere i frutti della nostra giustizia.
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10/08/2026 11.42
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