Comune di Firenze
82° anniversario della Liberazione di Firenze: Martinella, corteo istituzionale, cerimonia sull’Arengario - Galleria fotografica
L’intervento della sindaca Funaro: in chiusura il tributo a Francesco Guccini con la sua interpretazione di ‘Bella Ciao’
Firenze ha reso omaggio oggi all’82° anniversario della Liberazione dal nazifascismo con il tradizionale programma delle iniziative istituzionali, nel ricordo di uno dei momenti fondativi della storia della città. Le celebrazioni hanno avuto tra i momenti più significativi l’omaggio alle donne della Resistenza, protagoniste della lotta di Liberazione, e il ricordo di Francesco Guccini affidato alle note della sua interpretazione di ‘Bella ciao’.
Le celebrazioni hanno preso avvio, come da tradizione, alle 7 con il suono della Martinella dalla Torre di Arnolfo, il rintocco che l’11 agosto 1944 annunciò ai fiorentini la Liberazione della città. Alla cerimonia hanno partecipato la sindaca Sara Funaro, l’assessora alla Cultura della Memoria Benedetta Albanese, il presidente del Quartiere 1 Mirco Rufilli e Simone Guaita, presente nel segno della memoria della prozia Maria Luigia Guaita. Presenti anche assessori della Giunta e consiglieri comunali. Staffetta partigiana, Maria Luigia Guaita fu tra coloro che contribuirono a portare a Palazzo Vecchio il segnale dell’insurrezione, rendendo possibile il suono della Martinella e l’esposizione del Tricolore sulla Torre di Arnolfo.
Alle 9.45, in piazza dell’Unità Italiana, è stata deposta una corona di alloro al Monumento ai Caduti di tutte le guerre alla presenza delle autorità civili, religiose e militari, dei Gonfaloni del Comune di Firenze, della Regione Toscana, della Città Metropolitana e dei Comuni dell’area metropolitana, insieme alle rappresentanze delle associazioni partigiane, combattentistiche e d’arma.
Il corteo istituzionale ha quindi raggiunto piazza della Signoria, facendo tappa davanti al Palagio di Parte Guelfa, dove il Gonfalone della città ha reso omaggio alle donne partigiane. Un gesto dal forte valore simbolico che si inserisce nel percorso con cui il Comune di Firenze valorizza il contributo femminile alla Resistenza, proprio nell’anno in cui ricorre l’ottantesimo anniversario del primo voto delle donne.
Sull’Arengario di Palazzo Vecchio si è poi svolta la cerimonia istituzionale, aperta dallo squillo delle Chiarine, dall’esecuzione dell’Inno nazionale e dell’Inno europeo e dagli interventi della sindaca Sara Funaro, della presidente di Anpi Firenze Vania Bagni e del presidente dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea Vannino Chiti.
Questo il testo dell'intervento della sindaca Sara Funaro pronunciato questa mattina dall'arengario di Palazzo Vecchio in occasione delle celebrazioni per la Liberazione di Firenze:
"Signora Prefetta, Presidente dell’ANPI Vania Bagni, Presidente dell'Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell'Età Contemporanea, Vannino Chiti, autorità civili e militari, rappresentanti delle istituzioni, delle comunità religiose e delle associazioni, care cittadine e cari cittadini. Ci sono giorni che appartengono alla storia. E ci sono giorni che finiscono per appartenere anche all'anima di una città. L'11 agosto, per la nostra città, è questo. È il giorno in cui Firenze ritrovò sé stessa. Il giorno in cui uscì dall'oscurità della guerra e della dittatura per tornare a riconoscersi nella libertà, nella dignità della persona, nella democrazia.
Firenze, quella mattina, non si svegliò tutta insieme. Quando la Martinella cominciò a suonare dalla Torre di Arnolfo, si aprì una finestra alla volta. Una persiana alla volta. Un portone alla volta. Una persona alla volta usci in strada. Quel suono attraversò le strade e le case e disse ai fiorentini che Firenze stava riconquistando la propria libertà. È così che una democrazia ricomincia a vivere. E ogni anno, ci ritroviamo qui per chiederci se siamo ancora all'altezza di quell'eredità.
E questa mattina la Martinella è tornata a suonare. Ogni anno il suo rintocco attraversa il tempo e quest'anno quel momento ha avuto un significato ancora più intenso. Accanto a me c'era Simone Guaita. 82 anni fa, fu la sua prozia Maria Luigia Guaita - staffetta del Comando Marte, il Comando militare unico del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale - a raggiungere Palazzo Vecchio con l'ordine di dare il segnale dell'insurrezione: far suonare la Martinella e far issare il Tricolore sulla Torre. C'è qualcosa di profondamente commovente in questo passaggio di testimone. Ci ricorda che la memoria non è un monumento immobile. È una responsabilità che passa di mano in mano.
Maria Luigia Guaita l’11 agosto del 1944 aveva trentadue anni. Anzi, compiva trentadue anni proprio quel giorno. La sera precedente, parlando con la compagna Lea, le disse per farsi coraggio: 'Domani è il mio compleanno, vedrai che domani se ne andranno'. Non poteva sapere che quelle parole sarebbero diventate realtà. All'alba dell'11 agosto Maria Luigia e Lea si trovavano in un appartamento di via dei Tosinghi. Alfio Campolmi le svegliò per avvertirle che i tedeschi se ne erano andati. Maria Luigia uscì per controllare. Girò intorno al Battistero, percorse via Martelli e via Cavour, attraversando una Firenze ancora sospesa tra la paura e la speranza. Tornò al Comando di città in via Roma. Da lì fu mandata al comando militare in piazza Strozzi. E lì ricevette la missione. Correre a Palazzo Vecchio. Portare il segnale dell'insurrezione. Far suonare la Martinella. Far issare il Tricolore sulla Torre di Arnolfo.
Maria Luigia riprese a correre. Via Monalda. Porta Rossa. Piazza della Signoria. Via della Ninna. Palazzo Vecchio. Consegnò il messaggio: bisognava far suonare la campana e alzare il Tricolore sulla Torre. Poi ancora una corsa, verso il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale. Ad un certo punto si fermò, esausta. La Martinella cominciò a suonare. A suonarla fu il vigile Franco Budini, mentre l'avvocato Camillo Stagni issava il Tricolore sulla Torre di Arnolfo. Quel rintocco diede alla città il segnale dell'insurrezione. E Firenze seppe che la Liberazione era cominciata. In una piccola pubblicazione dei racconti partigiani, Maria Luigia Guaita ricorda quella mattina con parole semplici, e proprio per questo straordinarie. Racconta il silenzio irreale delle strade. Le persiane chiuse. Il caldo dell'agosto. La paura. Poi, all'improvviso, il primo rintocco dopo quattro anni di silenzio. E il Tricolore che lentamente sale sulla Torre di Arnolfo. Una donna si affaccia alla finestra e le chiede: 'Se ne sono andati?' Maria Luigia risponde: 'Siamo liberi. Liberi'. Forse nessuna parola, nella storia di Firenze, è mai stata pronunciata con un significato così pieno. Liberi. Liberi dalla dittatura. Liberi dalla paura. Liberi di poter tornare a scegliere il proprio destino.
Quella libertà non cadde dal cielo. Fu conquistata da donne e uomini che decisero che esistono valori più importanti della propria sicurezza. Da ragazze e ragazzi poco più che ventenni. Da operai. Da studenti. Da religiosi. Da militari. Da cittadini comuni. Persone diverse tra loro, unite dalla stessa scelta. Maria Luigia Guaita fu una di loro. Una donna che Ferruccio Parri - comandante partigiano e futuro Presidente del Consiglio - avrebbe ricordato come una delle staffette più brave, ardite e generose della lotta di Liberazione: una donna fidata, coraggiosa e capace. Nel suo racconto Maria Luigia scrive una frase che dovrebbe continuare a interrogarci ancora oggi. Ricorda che, anche quando non ci si conosceva, bastava incrociarsi per strada per capire che 'anche l'altro era uno dei nostri' Ecco una delle lezioni più profonde della Resistenza. La Resistenza non fu soltanto il coraggio di combattere. Fu la capacità di riconoscersi parte della stessa comunità, di sentirsi uniti nella difesa della libertà e della dignità umana. Di capire che il destino dell'altro riguardava anche il proprio. Di scegliere il "noi" prima dell' "io". È una lezione di cui abbiamo ancora molto bisogno.
Perché anche oggi viviamo un tempo attraversato da divisioni, da linguaggi che alimentano l'odio, dalla tentazione continua di trasformare ogni differenza in uno scontro. La democrazia, invece, vive soltanto quando continuiamo a riconoscerci appartenenti alla stessa comunità civile. Quest'anno il corteo istituzionale ha compiuto per la prima volta una sosta davanti al Palagio di Parte Guelfa per rendere omaggio alle donne partigiane. Non è stato soltanto un gesto simbolico. È stato un atto di verità. Per troppo tempo il contributo delle donne alla Resistenza è rimasto sullo sfondo della nostra memoria pubblica. Eppure, senza il loro coraggio la Liberazione non avrebbe avuto lo stesso volto. Furono staffette. Combattenti. Organizzatrici. Lavoratrici. Custodirono documenti, salvarono vite, trasportarono messaggi, offrirono rifugio ai perseguitati. E contribuirono, ogni giorno, a costruire quella libertà che oggi ci sembra così naturale. E assume un significato ancora più forte ricordare oggi Maria Luigia Guaita: una donna, una partigiana che, come tante altre, rischiò la propria vita per la libertà. Una donna che, in una delle ore decisive della storia di Firenze, corse fino a Palazzo Vecchio per portare l'ordine di dare il segnale dell'insurrezione. Ricordarla oggi significa anche rendere omaggio a tutte quelle donne che furono protagoniste della Resistenza, proprio nell'anno in cui celebriamo gli ottant'anni dal primo voto delle donne e dalla conquista del diritto di essere elette. Questo legame non è soltanto simbolico. Ci racconta il cammino della democrazia italiana. Le donne furono protagoniste della conquista della libertà prima ancora di poter esercitare pienamente i diritti politici che quella stessa libertà avrebbe reso possibili. Prima contribuirono a liberare il Paese. Poi poterono finalmente scegliere chi lo avrebbe governato, essere elette per costruirne le istituzioni e contribuire a scriverne il futuro. Le ventuno donne della Costituente portarono nella Carta repubblicana la loro esperienza, la loro autorevolezza, la loro idea di giustizia.
Esiste un filo che unisce l'11 agosto 1944 al 2 giugno 1946. La Liberazione restituì all'Italia la libertà. La Costituente diede a quella libertà una forma. Quella forma è la nostra Costituzione. Che non è soltanto il fondamento giuridico della Repubblica ma è il luogo nel quale il sacrificio della Resistenza continua a parlare alle generazioni che non hanno conosciuto la guerra. Ci ricorda che la dignità della persona viene prima di ogni potere. Che la democrazia non vive da sola: ha bisogno di cittadini che la esercitino, la difendano e se ne assumano ogni giorno la responsabilità. Che la pace non è semplicemente una speranza: è una scelta che richiede coraggio, responsabilità e impegno. E queste parole risuonano oggi con una forza ancora maggiore. Viviamo un tempo nel quale la guerra occupa il cuore dell'Europa e del Mediterraneo. Vediamo i dati sugli esodi, popolazioni in fuga, bambini che conoscono il rumore delle bombe prima ancora di quello della scuola. E questo ci deve far pensare ogni istante della nostra vita.
Il nostro pensiero va agli oppressi, alla Palestina. Dobbiamo dirlo con chiarezza: basta con il massacro dei palestinesi, basta con la sofferenza inflitta a una popolazione stremata. Bisogna fermare le azioni del Governo Netanyahu, è questo quello che chiedono anche tanti cittadini israeliani che scendono in piazza tutti i giorni. Non si deve confondere il governo israeliano con i suoi atti criminali con i cittadini israeliani e di religione ebraica. E il mondo non può restare a guardare di fronte ai crimini e alle gravissime violazioni del diritto internazionale che accadono. L’Europa non può tacere: deve essere garante degli aiuti umanitari e deve tornare a vivere una prospettiva politica fondata sul diritto di due popoli a vivere in pace. Questo deve essere un obiettivo comune.
Di fronte a tutto questo, Firenze sa che la pace è un lavoro quotidiano. È costruire dialogo, è costruire ponti, come abbiamo fatto in tante iniziative e manifestazioni. Può essere faticoso, ma è necessario, in un momento storico come questo. È difendere la dignità umana anche quando appartiene a chi non è vicino ed è non abituarsi mai alla sofferenza degli altri, sia che avvenga nelle nostre città, sia che avvenga in altri Paesi e con altri popoli. Sono tutte persone che devono stare nelle nostre anime e nei nostri cuori. È continuare a credere che la convivenza sia più forte dell'odio.
Permettetemi un riferimento rispetto a quanto accaduto poco tempo fa, a Ceuta. Di fronte a fenomeni complessi come le migrazioni, la politica ha il dovere di governare, non di alimentare paure. Per questo preoccupa la scelta del Governo italiano di ripristinare i controlli con la Spagna. La storia che celebriamo oggi ci insegna che alla paura non si risponde alzando nuovi confini. L'Europa ha bisogno di responsabilità comune, solidarietà e politica. Non di nuovi muri. Basta con ‘noi non abbiamo bisogno’. Abbiamo bisogno di braccia tese.
Questo ci hanno consegnato le donne e gli uomini della Resistenza. Non soltanto il ricordo del loro coraggio. Nel raccontare quel primo rintocco della Martinella, Maria Luigia scrisse che, nel silenzio della città, le sembrò un miracolo. Ma il vero miracolo furono le persone che, nel momento più difficile della nostra storia, decisero che la libertà valeva più della loro stessa vita. La libertà per salvare milioni di vite, di cittadini.
Quel miracolo continua ogni volta che scegliamo la democrazia invece della sopraffazione. Ogni volta che scegliamo il dialogo invece dell'odio. Ogni volta che difendiamo i diritti di una persona anche quando sarebbe più semplice voltarsi dall'altra parte. Per questo l'11 agosto non ci chiede soltanto di ricordare chi siamo stati. Ci domanda chi vogliamo essere. Per Firenze. Per l'Italia. Per l'Europa.
E in una giornata così importante per la memoria della nostra città, voglio rivolgere anche un pensiero a Francesco Guccini, che ci ha lasciati pochi giorni fa. Con le sue parole e le sue canzoni ha saputo raccontare a generazioni diverse la memoria, l'impegno civile, la libertà, ricordandoci quanto sia importante non restare indifferenti davanti alla storia e Firenze oggi, nel suo giorno della Liberazione, lo vuole ricordare con affetto e gratitudine. Al termine della cerimonia, risuonerà ‘Bella Ciao’ nell’interpretazione di Guccini, per la sua memoria e per ricordare questo giorno. Firenze, oggi, vuole ricordarlo con affetto.
Perché la libertà non è un bene che abbiamo ricevuto una volta per sempre. La libertà vive soltanto se, ogni giorno, decidiamo di averne cura. E questa, oggi come allora, è la responsabilità di ciascuno di noi. Questa mattina abbiamo ascoltato ancora una volta il suono della Martinella. È il terzo anno che lo ascolto e ogni volta mi tremano le gambe, questa emozione non smetterà mai. È bene che tremino le gambe, che ci sia emozione e senso di responsabilità.
Ottantadue anni fa annunciò alla città che la libertà era tornata. Oggi quel suono ci affida una domanda. Sapremo essere degni di quella libertà? Sapremo custodirla? Difenderla? Consegnarla ai nostri figli un po' più forte di come l'abbiamo ricevuta? Perché è questo che ci hanno lasciato le donne e gli uomini della Resistenza. Non un ricordo. Non una celebrazione. Ma una responsabilità. E allora il modo migliore per dire grazie a Maria Luigia Guaita, alle partigiane e ai partigiani, ai soldati alleati, ai cittadini che liberarono Firenze...non è guardare soltanto a ciò che fecero. È chiederci, ogni giorno, che cosa siamo disposti a fare noi perché questa città continui a meritare la parola che lei pronunciò quel mattino. "Liberi." Viva Firenze.
Galleria Fotografica di Antonello Serino - Met Ufficio Stampa:
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11/08/2026 16.01
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