Login

MET



Controlli voce Chiudi controlli
: Volume:  1 Velocità  1 Tono:  1
Arcidiocesi di Firenze
Te Deum, 2026: "Riorientare il vivere insieme"
L'omelia proclamata il 31 dicembre pomeriggio in Cattedrale dall'Arcivescovo di Firenze, mons. Gherardo Gambelli per il ringraziamento di fine anno.
Vespri e Te Deum di ringraziamento
Cattedrale di Santa Maria del Fiore
31 dicembre 2025


«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge» (Gal 4,4).
Che ha a che fare Dio con la nostra storia? Perché vi è entrato in maniera così determinante, decisiva e definitiva, riscattando la nostra fragilità, facendola sua in maniera così vera da farsi carne nel grembo della Vergine Maria, tessuto filo per filo, trama di salvezza per ogni uomo e donna di ogni tempo e luogo? Lo recitiamo nel Simbolo della Fede: si è immerso nella nostra storia, vero Dio e vero uomo. Lo racconta il Vangelo di Matteo fin dall’inizio con la “genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo” e ce lo mostra entrare in quella catena straordinariamente ordinaria che raccorda secoli di storia del popolo di Israele, attraversando lustri e tragedie, fatta di nomi sconosciuti e notissimi, senza tacere di alludere a storie per niente edificanti. Dio nella nostra storia racconta e ribadisce che lui l’abita con il suo amore fedele, efficace perché non si stanca né si arrende. La storia di un amore “fino alla fine”, che neppure davanti al peccato getta la spugna. La storia di chi non si impressiona di una nudità ferita e non amata, perché se ne prende cura e la ama. Storia di un riscatto e di una riconciliazione che avvengono non per negazione, ma per paziente riparazione che nulla nasconde, che più ama. Nella pienezza del tempo ormai è certo che la speranza di nessuno resta delusa. Non è stata forse questa, nell’anno giubilare, la grazia che ha abitato tutti coloro che si sono messi in cammino, in modi e forme diverse ma numerosi, come pellegrini di speranza? Non abbiamo varcato porte di profonda conversione per ritornare ad abitare il nostro mondo quotidiano con un cuore cambiato perché profondamente amato? Non era questo il senso più vero dell’indulgenza che cercavamo?
Ciò non toglie al nostro tempo, anche a questo 2025 che consegniamo agli annali della storia, la realtà delle numerose fatiche, delle trepidazioni, dei timori e delle delusioni. Non ci è stata risparmiata del resto, qua e là, la frustrazione di una profonda disillusione.
Nel giorno di Natale Antonio Polito sul Corriere della Sera ha indicato la “paura” come parola dell’anno che si conclude. A corredo dell’articolo, il commento era affidato a una foto di Gaza City distrutta dai bombardamenti, macerie a perdita d’occhio. Il 2025 in una parola: “paura”, e il sottotitolo recitava: “Gaza è stata trasformata in deserto, le classi medie temono la povertà”. Paura, deserto, povertà. Penso: la paura della guerra, nutrita da un vocabolario corposo di parole aggressive e da scelte ed azioni che chiamano bene il male e male il bene, fino a far credere che la guerra, e non la pace, sia inevitabile; il deserto che nasce dal disprezzo per la vita umana e nega un futuro abitato e abitabile a chi riceve come regalo soltanto morte e macerie; la povertà che toglie respiro e dignità alle famiglie, che moltiplica le solitudini, che mette in fila un numero crescente di persone là dove ancora si distribuisce aiuto e un briciolo di umanità.
Entro nei fatti concreti di questo 2025, un anno ancora segnato dalla tragedia delle guerre in Ucraina e in Terra Santa, dove la pace grida la sua urgenza, e da tanti altri conflitti per i quali ogni giorno si piangono vittime innocenti – mentre la spesa per gli armamenti ha raggiunto cifre da record. Nella nostra società persistono l’ingiustizia e una povertà che colpisce sempre più nostri connazionali e poi uomini, donne e bambini che arrivano da paesi lontani in fuga dalle guerre e dalla fame – fra questi, i migranti che continuano a morire nel Mediterraneo in cerca di una vita migliore.
L’emergenza abitativa anche nella nostra città rende sempre più difficile il formarsi di nuove famiglie e il futuro di tanti giovani. Crisi aziendali in diversi settori hanno portato a licenziamenti mentre la cassa integrazione in questi ultimi anni nel nostro territorio è aumentata in modo esponenziale.
Tanti sono gli emarginati, i dimenticati, e fra questi non mi stancherò di ricordare i detenuti, che a Sollicciano e in altri penitenziari vivono in condizioni disumane. Rinnovo l’appello per un impegno concreto, perché le carceri siano veri luoghi di riscatto, non di disperazione, non poche volte fino al suicidio. Pesano sulla storia di quest’anno la violenza sulle donne, i casi di femminicidio che si sono verificati anche vicino a noi e il fenomeno preoccupante e diffuso della criminalità giovanile e del disagio minorile, tra baby gang, bullismo e devianza.
L’articolo di Polito concludeva così: «Per fortuna (il 2025) sta finendo. Ma non basterà il calendario a cambiarci la vita. Abbiamo bisogno di qualcuno degno di fede che ci dica, come Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura”. In fin dei conti, non esistono i “tempi cattivi”: “Gli uomini vivano bene, e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi”. Parola di Sant’Agostino» - e di Papa Leone XIV, che lo ha citato fin dalle prime battute del suo ministero petrino, iniziato proprio in questo anno che nella luce della Pasqua ci ha visto salutare Papa Francesco.
L’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani ha scelto “fiducia” come parola dell’anno del 2025. Senza fiducia il futuro svanisce perché svanisce la possibilità di costruire relazioni autentiche e generative. Fiducia è dire a qualcuno “mi fido di te, io credo in te”. Niente come la fiducia è capace di liberare potenzialità inespresse, di far esistere ciò che si spera, di spingere qualcuno a compiere ciò che già porta dentro di sé. Fidarsi espone alla delusione, certo, ma è il solo sguardo che intuisce e invera gli orizzonti, perché scommette sul bene, nascosto ma presente, e ne favorisce lo sviluppo. Fiducia: un tentativo neppure malcelato di ricomporre un mondo sempre più frammentato. Senza negare ciò che è rotto, ma affermando il potere di amare ciò che è riaggiustato.
C’è bisogno di riorientare il vivere insieme. L’invito e l’auspicio per il nuovo anno è quello a prendersi cura del prossimo, rinunciare all’individualismo, coltivare relazioni vere e non virtuali, passare, in particolar modo i giovani, da un profilo social a volti e sguardi reali. Vale per tutto e per tutti: dare una mano a chi ha perso il lavoro, o a chi non trova casa, favorire chi vuole mettere su una famiglia e avere figli. Vale per i genitori perché siano educatori presenti e adulti credibili, vale per le coppie chiamate al rispetto, vale per gli anziani affinché non restino soli, vale per chi al termine della vita chiede vicinanza, di essere accompagnato con le cure palliative, negli hospice e con l’assistenza domiciliare. Nessuno si senta abbandonato, perché solo così sapremo dare vera dignità alle persone anche nell’ultimo tratto della vita. Lo stesso vale per i carcerati e per i migranti.
Occorre tornare a coltivare e tessere relazioni buone e reali nelle case, nelle piazze, sul territorio. Le tragedie della solitudine che si sono consumate anche nella nostra comunità ci richiamano a riappropriarci del valore prezioso della prossimità. Non voglio al proposito dimenticare i tanti volontari che con i loro gesti lasciano un’impronta di umanità nella vita di chi è provato dalla povertà, dalle malattie, dalla solitudine, dalla discriminazione e dalla violenza. Sono un esempio luminoso del quale ringraziamo il Signore e al Signore chiediamo di sostenerne sempre l’ispirazione e l’impegno.
Qualcuno sostiene che nella Bibbia l’espressione “Non temere” ricorra 365 volte, ovvero una per ogni giorno dell’anno. Una cosa è certa: ogni giorno questa parola dà certezza al nostro calendario e lo rende prezioso. Sapienza del tempo è imparare a contare i giorni e riconoscere che anche in quelli più oscuri Dio è all’opera! Nessun giorno è inutile al nostro calendario! “Non temere” è la parola che, come a racchiudere l’intero racconto evangelico, il Signore rivolge per mezzo degli angeli ai protagonisti: a Giuseppe, a Maria, alle donne al sepolcro nel giorno di Pasqua. Anche ai discepoli impauriti ripete: “Non temete, sono io!”. Chiede di salire sulla nostra barca, mentre attraversiamo il mare dei giorni. Dio si fida di noi: passiamo dunque dalla paura alla fiducia! Lasciamoci abitare dalla novità sempre attuale del Vangelo! Grati ora rileghiamo il volume delle pagine di questo 2025. Sia prezioso alla nostra memoria. Fiduciosi gli chiediamo di scrivere insieme a noi le pagine del 2026 che ci attende, perché sia un anno di grazia e di pace. Amen.

31/12/2025 18.48
Arcidiocesi di Firenze


 
 


Met -Vai al contenuto