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Diocesi di Firenze
59 esima Giornata mondiale della Pace
L'omelia di Gambelli in Santa Maria del Fiore: "Un cuore disarmato diventa un cuore disarmante"
Solennità di Maria SS.ma Madre di Dio
LIX Giornata mondiale della pace
Cattedrale di Santa Maria del Fiore
1 gennaio 2026

Celebriamo oggi la Solennità di Maria SS.ma Madre di Dio a conclusione dell’Ottava di Natale. Ci affidiamo alla sua intercessione perché, con il dono dello Spirito Santo, possiamo accogliere Gesù nella nostra vita, Lui che è la nostra pace (Ef 2,14). Il Salmista ci ricorda che solo ascoltando le parole di Dio possiamo evitare i sentieri del violento (cf. Sal 17,4).
Il testo del Vangelo di oggi ci offre tre immagini sulle quali possiamo soffermarci a riflettere: la mangiatoia, il cuore di Maria, l’ottavo giorno.

La mangiatoia è il punto di arrivo del pellegrinaggio dei pastori che si mettono in cammino dopo aver ascoltato l’annuncio dell’angelo. “Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia”. È interessante osservare come il verbo “adagiare” è lo stesso che si ritrova nel racconto della passione e morte di Gesù: “Giuseppe di Arimatea lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto (adagiato)” (Lc 23,53). L’iconografia ortodossa rappresenta spesso Gesù bambino giacente, come morto, in un oggetto che somiglia più a una bara che a una mangiatoia. Il mistero del Natale non è solo la nascita di un bambino, è la nascita del Figlio di Dio nella sua totalità, dalla preesistenza, alla croce, alla risurrezione. Nel suo messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, Papa Leone fa riferimento alla mangiatoia per parlare dell’importanza di un cammino di conversione da compiere: «La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. […] Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cfr At 2,37). Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che “la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità”». I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Il verbo “tornare” nella lingua greca è un verbo che viene spesso utilizzato per indicare la conversione. Anche noi guardando Gesù nella mangiatoia, innalzato sulla croce siamo invitati ad accogliere il suo perdono, la sua misericordia: “per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5).

La seconda immagine è quella del cuore. Al centro del Vangelo di oggi c’è la figura di Maria presentata come colei che custodisce tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. Maria è colei che mette insieme la parola di Dio, ascoltata dall’angelo e quella udita dai pastori, con gli eventi della vita del suo Figlio e diventa per tutti noi modello di una persona dal cuore disarmato. Il bene tende sempre a comunicarsi: un cuore disarmato diventa un cuore disarmante, capace di aiutare le persone a superare i conflitti. Don Primo Mazzolari, in un bel commento al Fioretto di San Francesco e il lupo di Gubbio, diceva: “I cittadini escono armati dalle loro case, hanno paura. Come si chiama questa paura? Ecco, da una parte si chiama la stanchezza di fare il povero, dall’altra si chiama lo spavento di diventare povero. Ma ecco si stacca un uomo da una parte. Non è neanche uno della città.
A Gubbio ci va l'uomo di Dio. Vede, sente, soffre. È distaccato da una parte e dall'altra. È l'unico che può parlare perché non ha degli interessi, perché non è armato. È l'unico che può parlare perché vuole bene al lupo di campagna e al lupo di città. È l'unico che può parlare perché -vedete come si presenta- è così povero che nessuno può dire: “Qualcuno t'ha mandato ambasciatore”. Qualcuno dirà: “Terza forza!” No, non è la terza forza, è l'unica forza, è l'uomo che non s'è legato che non s'è lasciato adescare è l'uomo che ha provato anche lui a fare il lupo ben vestito un giorno, è l'uomo che sa, perché l’ha misurata, la tristezza di un egoismo è l'unica persona che può mettersi di mezzo».

La terza immagine è quella dell’ottavo giorno. L’evangelista parla di un compimento (“Quando furono compiuti gli otto giorni per la circoncisione”) facendo ricorso a un verbo che è utilizzato solitamente per indicare l’azione dello Spirito Santo. Il dono dello Spirito, come ci ha ricordato San Paolo nel testo della lettera ai Galati, nella pienezza del tempo, ci permette di chiamare Dio Abba, padre e dunque di vivere come fratelli e sorelle, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Dice ancora Papa Leone: «Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». La fase di ricezione del cammino sinodale ci invita a metterci in ascolto, a scrutare i segni dei tempi, contemplando quelle promesse di bene e di speranza che spesso rimangono nascoste o passano inosservate.

Abdalwahid desiderava conoscere chi sarebbe stato il suo vicino nel paradiso. Gli fu detto: “Abdalwahid tu avrai come vicina Mimouna, la nera”. “Dov’è questa Mimouna?”, chiese con più d’audacia che di discrezione. “Presso i Banou, nella città di Koufa”. Abdalwahid andò dunque a Koufa e si informò su Mimouna. Era, gli fu detto, una pazza che faceva pascolare le pecore vicino al cimitero. Egli la trovò mentre stava pregando. Il gregge si sorvegliava da solo. Era ancora più meraviglioso il fatto che i lupi si mischiavano alle pecore e che non mangiavano le pecore e che le pecore non avevano paura dei lupi. “Come è possibile che i lupi vadano così d’accordo con le pecore?”, chiese Abdalwahid. “Ho migliorato i miei rapporti con il mio Signore”, rispose Mimouna, “e il mio Signore ha migliorato i rapporti fra le pecore e i lupi”.

Aiutaci Signore in questo nuovo anno che oggi iniziamo a migliorare i rapporti con Te, fa che accogliamo la tua misericordia, aiutaci a disarmare i nostri cuori perché con l’aiuto del tuo Spirito possiamo farci strumenti efficaci del tuo amore disarmante.

01/01/2026 20.56
Diocesi di Firenze


 
 


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