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Arcidiocesi di Firenze
Gambelli, una "stella" per non fare naufragio
L'omelia dell'arcivescovo per la liturgia dell'Epifania
Epifania del Signore
Cattedrale di Santa Maria del Fiore
6 gennaio 2026


Cari Fratelli e Sorelle, come abbiamo appena ascoltato nell’annuncio del giorno di Pasqua: la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno. Il Vangelo di oggi ci invita a contemplare questa gloria che consiste nella rivelazione dell’amore di Dio per tutte le sue creature. Proprio coloro che sembrano più lontani geograficamente ed esistenzialmente sono i primi ad accogliere la salvezza, mentre coloro che sono apparentemente vicini, restano indifferenti o addirittura respingono la grazia di Dio. Possiamo metterci alla scuola dei Magi e ripercorrere le tappe del loro pellegrinaggio soffermandoci su tre verbi: vedere, ascoltare, fare ritorno.
Giunti a Gerusalemme alcuni Magi si presentano a Erode per chiedere: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti a adorarlo”. “I magi non si misero in cammino perché avevano visto una stella, ma videro la stella perché si erano messi in cammino”, diceva san Giovanni Crisostomo. Erano persone capaci di interrogarsi onestamente sul senso della vita, di non rassegnarsi davanti alle crisi del mondo, di non adagiarsi sulle posizioni raggiunte. Il loro cammino esteriore era il frutto di un precedente cammino interiore di ricerca sincera guidata dall’umiltà intellettuale. Abbiamo bisogno, ancora oggi, di persone come loro, capaci di alzare lo sguardo, penso in modo particolare a tutti coloro che si impegnano nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, che hanno la grande responsabilità di aiutare i giovani ad affrontare le sfide della vita, e disegnare nuove mappe di speranza.
In una bella scena del film “Giovani madri” dei fratelli Dardenne, una delle quattro protagoniste incontra, dopo molti anni, la sua professoressa di lettere del Liceo e le rivela quanto sia stato prezioso il suo insegnamento per la sua vita. I versi di una poesia che le aveva insegnato, sono stati per la giovane madre come il filo attaccato a un’ancora, alla quale è rimasta aggrappata nelle tempeste della vita, impedendole di fare naufragio. Ognuno di noi può chiedersi oggi: C’è nella mia vita una stella che sto seguendo? Oppure il mio cuore si è raffreddato, a tal punto che avanzo per forza di inerzia, senza passione e senza entusiasmo?
Il secondo momento del pellegrinaggio del Magi è caratterizzato dall’ascolto della Parola di Dio. Come sappiamo tra Gerusalemme e Betlemme ci sono solo 8 km. Potremmo dire che le profezie aiutano a percorrere questo ultimo tratto di strada che è il più difficile di tutto il pellegrinaggio. La Scrittura permette di riconoscere che il vero re, cioè il Signore Gesù sceglie di nascere in quella città che agli occhi degli uomini è l’ultima fra i capoluoghi di Giuda. I magi ascoltano con il cuore questa Parola e si mettono in cammino. La gioia grandissima che provano a questo punto, si contrappone al turbamento di Erode e di tutta Gerusalemme, la cui figura è presentata dall’evangelista con i tratti del faraone del libro dell’Esodo. Il turbamento è il riflesso del disagio dell’uomo inautentico che fa dipendere la sua vita dall’avere piuttosto che dall’essere.
Papa Leone, nell’Esortazione Dilexi te, parla dell’illusione di una felicità che deriva da una vita agiata: «Così, in un mondo dove sempre più numerosi sono i poveri, paradossalmente vediamo anche crescere alcune élite di ricchi, che vivono nella bolla di condizioni molto confortevoli e lussuose, quasi in un altro mondo rispetto alla gente comune. Ciò significa che ancora persiste – a volte ben mascherata – una cultura che scarta gli altri senza neanche accorgersene e tollera con indifferenza che milioni di persone muoiano di fame o sopravvivano in condizioni indegne dell’essere umano. Qualche anno fa, la foto di un bambino riverso senza vita su una spiaggia del Mediterraneo provocò grande sconcerto; purtroppo, a parte una qualche momentanea emozione, fatti simili stanno diventando sempre più irrilevanti come notizie marginali» (DT 11).
Possiamo commuoverci senza convertirci. Anche nella nostra città, nelle nostre strade vivono tante persone ridotte ai margini dalla povertà, dalle dipendenze o dalla solitudine. Condizioni che a volte conducono fino alla morte. Non possiamo rimanere indifferenti a queste tragedie e fare quanto più possibile tutti perché queste persone non rimangano invisibili e possano essere aiutate. L’ascolto della Parola di Dio ci aiuta a superare questo rischio, a renderci conto che l’egoismo ci rende tristi e vuoti.
Il terzo verbo che caratterizza il cammino dei Magi è quello riguardante il loro ritorno: “Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese”. Il testo greco dice esattamente che si ritirarono (anechóresan) nel loro paese. Potremmo tradurre: “fecero gli anacoreti nel loro paese”. Il cristiano è anacoreta, vive in questo mondo, ma ha scoperto qualcos’altro che è il senso di questo mondo. La luce che viene dall’aver incontrato la salvezza in Gesù permette di abitare la terra come forestieri e ospiti, di vivere quel paradosso di cui parla l’autore della lettera a Diogneto: “Ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera”. Sempre più nel nostro mondo chi cerca la pace e si impegna per disarmare le parole viene visto come un ingenuo o un illuso.
Un anziano maestro di scuola incontrò un giorno uno dei suoi ex alunni che gli chiese: “Signore, si ricorda di me?”. L'insegnante fece cenno di no. Allora il giovane gli spiegò che era uno dei suoi studenti. L'insegnante gli chiese: “Oh bene! Che lavoro fai?”. Il giovane rispose: “Sono un insegnante come lei”. “Che bello! Come me?”. “Sì, in realtà sono diventato un insegnante perché mi sono ispirato al suo esempio”. Il professore allora gli chiese di raccontargli la sua storia. Il giovane disse: “Un giorno, un mio compagno di classe era venuto a scuola con un bellissimo orologio nuovo e durante la ricreazione glielo rubai. Il mio amico quando si accorse del furto andò a lamentarsi con il nostro insegnante, cioè con lei. Allora lei si rivolse a tutti gli studenti dicendo: ‘Oggi è stato rubato l’orologio del vostro compagno di classe. Per favore, chiunque lo abbia rubato, lo restituisca’. Non lo feci. Quindi chiusa la porta lei ci disse di alzarci tutti e di chiudere gli occhi. Quindi iniziò a frugare nelle tasche di ogni studente. Quando arrivò davanti a me dopo aver trovato l'orologio, lo prese e poi, con mia grande sorpresa, continuò la ricerca fino all'ultimo studente. Una volta finito ci disse di aprire gli occhi. “Ecco l'orologio”, disse e lo riconsegnò al suo proprietario. Non mi ha detto niente e non mi ha nemmeno denunciato a nessuno. Quel giorno ha salvato la mia dignità per sempre. E per me quel giorno è stato il più vergognoso della mia vita. È grazie a lei che ho capito cosa deve fare un vero educatore. Adesso si ricorda questo episodio?”. E il maestro: “Sì, ricordo, ricordo l'orologio rubato, il fatto di aver frugato nelle tasche di tutti gli alunni, ma non mi ricordavo di te, perché anch'io avevo chiuso gli occhi mentre lo cercavo”.
Fa’ o Signore che non ci stanchiamo mai di annunciare con le parole e le opere che il male si può vincere solo con il bene, solo allora potremo essere una vera epifania del tuo amore misericordioso e fedele.

06/01/2026 19.15
Arcidiocesi di Firenze


 
 


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