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Anci Toscana
Comuni montani, Susanna Cenni: «La pubblicazione del decreto non deve chiudere la partita. Ora correttivi veri, risorse certe e tutele per i Comuni esclusi»
La presidente di Anci Toscana interviene dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del DPCM che ridisegna la classificazione
Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del DPCM 11 maggio 2026, n. 121, diventa definitiva la nuova classificazione dei Comuni montani prevista dalla legge 131/2025. Per la Toscana l'esito è quello che Anci Toscana, con la Regione Toscana e Anci nazionale, aveva denunciato in ogni sede: i Comuni montani scendono da 149 a 113, con 36 realtà che dal 22 luglio perderanno integralmente lo status, comprese le porzioni di territorio finora riconosciute come montane, per effetto della scomparsa della distinzione tra Comuni totalmente e parzialmente montani.

«La pubblicazione del regolamento non deve chiudere la partita - dichiara la presidente di Anci Toscana Susanna Cenni -. Lo abbiamo detto con forza fin dal primo giorno: una classificazione fondata quasi esclusivamente su altitudine e pendenza non fotografa la montagna reale. Le nostre ripetute prese di posizione non sono state prese in considerazione, a partire dalla legge, e questi sono i risultati. Ignorati anche gli appelli del presidente di Anci, Gaetano Manfredi, che negli ultimi mesi ha chiesto più volte che nessun territorio venisse penalizzato dai nuovi parametri. Fuori dall'elenco restano Comuni che convivono ogni giorno con l'isolamento, la fragilità demografica, la distanza dai servizi essenziali, come quelli dell'Alta Val di Cecina o in Maremma. Dire a queste comunità che non sono più montane non cambia la loro geografia: cambia solo le risorse su cui possono contare».

La presidente riconosce il lavoro svolto nella fase di confronto istituzionale: «Grazie alla mobilitazione dei sindaci, della Regione e delle Anci regionali i criteri approvati sono meno severi della prima proposta di dicembre, che avrebbe cancellato oltre la metà dei nostri Comuni montani. Ma non possiamo accontentarci del meno peggio. Trentasei esclusioni restano un prezzo altissimo per una regione appenninica come la nostra».

Anci Toscana indica ora alcune priorità, a partire dalla difesa delle risorse. «La prima condizione, irrinunciabile, riguarda la dotazione del Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane: le risorse del FOSMIT non devono essere diminuite, come già chiesto peraltro dal presidente Gaetano Manfredi. Se i Comuni montani sono meno, le risorse per ciascuno devono crescere, non sparire. Ogni euro oggi stanziato per la montagna deve restare alla montagna, e chiediamo che nel prossimo decreto di riparto e nelle leggi di bilancio la dotazione sia rafforzata, come del resto impone il carattere aggiuntivo che la stessa legge 131 assegna a queste risorse. Inoltre il decreto attuativo atteso entro il 20 ottobre dovrà individuare i Comuni destinatari delle misure di sostegno ponderando davvero i parametri socioeconomici – spopolamento, accessibilità ai servizi, reddito – e non limitarsi a replicare la geografia altimetrica. Infine, nel riparto della quota regionale del Fondo chiediamo alla Regione Toscana di esercitare fino in fondo il margine riconosciuto dall'Accordo del 5 febbraio in Conferenza Unificata, destinando una parte delle risorse ai Comuni dell'elenco storico rimasti esclusi».

Al centro delle preoccupazioni ci sono anche gli effetti sui servizi e sui vantaggi collegati allo status di Comune montano, costruiti in decenni di legislazione. «Chi esce dalla classificazione rischia di perdere molto più dei fondi – avverte Susanna Cenni –. Penso prima di tutto alle scuole di montagna: le deroghe sul numero minimo di alunni per la formazione delle classi sono ciò che oggi consente di tenere aperti plessi e pluriclassi nei paesi dell'Appennino. Se lo status viene meno, il dimensionamento scolastico ordinario rischia di chiudere presidi educativi vitali, e con la scuola se ne va il futuro di una comunità. Ma il ragionamento vale per tutta la rete dei servizi e delle tutele agganciate alla "montanità": i punteggi e gli incentivi per i docenti e per il personale nelle sedi disagiate, il sostegno alle farmacie rurali e ai presidi sanitari territoriali, le agevolazioni per imprese e professionisti, i regimi di favore nell'accesso a bandi regionali, nazionali ed europei. Per questo chiediamo che nessun servizio essenziale venga meno nei territori declassati e che, dove serve, siano previste clausole di salvaguardia e regimi transitori adeguati».

«Ma il problema di fondo – continua Susanna Cenni - è l'assenza di una visione del capitale naturale e dei servizi ecosistemici della montagna: il vero paradosso di questa riforma è ciò che non c'è. Di fronte alla sfida di valorizzare la montagna come risorsa per l'intero Paese, la legge risponde riducendo i Comuni classificati, senza aumentare le risorse e senza introdurre alcun nuovo strumento di programmazione congiunta tra le terre alte e le aree urbane. Eppure, dai nostri crinali arrivano l'acqua che alimenta città e agricoltura, la regolazione idrogeologica che protegge le aree di valle, l'assorbimento di carbonio, la biodiversità: servizi che hanno un valore misurabile, che i sistemi di contabilità ambientale oggi consentono di riconoscere, e che restano invece marginali nell'impianto della legge. La montagna non è un costo da compensare: è un valore aggiunto per la pianura e per le metropoli».

Nel frattempo proseguirà il lavoro della Consulta della Montagna di Anci Toscana, in accordo con Anci nazionale, coordinata dal sindaco di San Marcello Piteglio Luca Marmo, che nelle prossime settimane riunirà gli amministratori per definire una posizione unitaria in vista del secondo decreto e del riparto delle risorse.

15/07/2026 9.52
Anci Toscana


 
 


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