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Diocesi di Firenze
Festa dell'Assunzione. L'omelia dell'arcivescovo di Firenze
Pronunciata il 15 agosto nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore
Il brano dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato non è di facile interpretazione. Diversi commentatori medievali lo hanno letto in riferimento a Maria. Tuttavia, per i padri della chiesa antica e per l’esegesi contemporanea, la donna descritta è piuttosto simbolo dell’umanità rinnovata e redenta: il popolo di Israele allargato in Cristo a tutti i popoli della terra.
Il brano descrive allora l’intera storia umana, animata da dinamiche che trascendono le volontà dei singoli, tanto da essere raffigurate nella loro dimensione cosmologica. Queste dinamiche superano la nostra volontà ma, al tempo stesso, non prescindono da essa, ma la chiamano in causa. Al male non basta la coercizione: per vincere deve anche convincere, con la manipolazione e la persuasione che l’egoismo e la sopraffazione siano il “realistico” motore della storia.
Il brano che abbiamo ascoltato, invece, in pochissime parole, richiama l’autentica forza storica: quella del Cristo. Il bambino che nasce ed è “subito” rapito al cielo. Un attimo puntuale della storia che racchiude la vita nascosta, la predicazione, la morte e la Resurrezione di Gesù. L’Apocalisse, in armonia con il resto delle Scritture, ci dice che tale è la forza profonda che crea la nuova umanità e la rende vittoriosa. L’accusatore è precipitato, vinto dall’umanità nuova “per il sangue dell’Agnello”.
Questa lettura non rende meno immediata la solennità di oggi dedicata all’assunzione di Maria. Siamo posti davanti al mistero di una donna, la madre di Gesù, che diviene segno carnale del destino che in Cristo è aperto ad ogni uomo e ad ogni donna: la resurrezione della carne, l’assunzione in Cristo di tutta la nostra esistenza. Questa la grande speranza confermata da san Paolo nella seconda lettura.
Il corpo assunto della Madonna è Maria come è diventata in tutto l’arco della sua esistenza: faro di speranza non solo per la nostra sorte individuale, ma per la storia nella quale - accogliendo la grazia di Dio - nasciamo di giorno in giorno come donne e uomini nuovi. Questo il senso del Magnificat che abbiamo ascoltato nel Vangelo: una preghiera, uno sguardo di contemplazione storica, che va presa molto sul serio. Il realismo dei cristiani è il Magnificat, non la legge del più forte!
Guardiamo così a Maria, oggi: una donna risorta, in forza di Cristo primizia di coloro che sono morti. Contempliamo, nella gloria di Gesù, Maria come è diventata donna durante tutto l’arco della sua vita, fatta di gioia ma anche di dolore e di ferite.
Di queste ferite non è lecito avere, però, una visione devozionale, intimista, intrisa di maschilismo. L’immagine di Maria trafitta dalle spade non deve raccontarci di una donna inerme che accoglie come bene il dolore, come se la sottomissione docile alle ingiustizie fosse strumento di salvezza. No: l’immagine ci rimanda ad una donna ferita, ma in piedi; anzi, una donna che si è rialzata. La glorificazione di Maria - come quella a cui tutti noi siamo destinati - non principia con la morte, con la “dormitio”, ma comincia nella vita terrena, fatta di gioia, ma anche di tanti momenti in cui è necessario “rialzarsi”.
Allora la solennità di oggi è, particolarmente, la festa delle donne: delle donne in piedi, di quelle che si sono rialzate o che stanno rialzandosi. È la festa - soprattutto - delle donne che sono ancora costrette a terra dalla violenza che in tante forme - subdole o manifeste, nascoste o arroganti - le colpiscono.
In Maria contempliamo la donna che subisce la spirale di violenza che la investe fino alla morte del figlio. Penso alle donne schiacciate a terra che piangono i figli sacrificati per la guerra degli illesi potenti della terra.
Vorrei però soffermarmi anche sulle ferite da cui Maria è stata messa al riparo nel momento decisivo della sua maternità cioè, dalla prevaricazione, dall’essere ridotta a strumento, dal giudizio. L’incarnazione di Gesù è, infatti, frutto dell’incontro di due libertà: quella imperscrutabile di Dio che sceglie di farsi uomo, e quella umanissima di Maria. Dio prende sul serio la nostra volontà. Se la condiscendenza umana alla volontà di Dio non fosse preceduta e fondata dalla condiscendenza divina alla nostra volontà, la storia della salvezza sarebbe semplicemente fasulla. Quando, anche nella vita spirituale ed ecclesiale, il richiamo all’obbedienza dimentica il rispetto e l’attesa di Dio per la volontà umana, si preparano gli abusi più gravi e dolorosi. Ma Dio non è stato da solo a rispettare e proteggere la volontà di Maria. Giuseppe è colui che ha saputo sottrarsi alla logica patriarcale dell’onore e del possesso e ha custodito Maria dalla violenza dei giudizi della società.
Questo duplice rispetto, divino e umano, della libera volontà di Maria, permette la missione di Gesù, il cui atteggiamento di fondo scardina ogni logica di prevaricazione: il Signore non si è mai imposto a nessuno dei suoi interlocutori e - scandalosamente - a nessuna delle sue interlocutrici, ed è questo inedito atteggiamento - che suscita e custodisce la libertà dell’incontro con Lui - che genera Salvezza. Questo atteggiamento, Gesù lo ha appreso nel dialogo fiducioso e liberante con Dio, ma è anche il frutto dell'educazione ricevuta da Maria e Giuseppe.
Anche se Maria è stata rispettata e custodita nella sua libertà, nel mistero della sua assunzione, trovano posto tutte le ferite della nuova umanità simboleggiata dalla donna di Apocalisse 12 e tutte le lotte da cui prorompe la gratitudine del Magnificat.
La Chiesa è chiamata a rinnovarsi, in particolare nelle sue strutture fondamentali (il cammino sinodale è molto attento a questo aspetto), ma non può limitarsi a se stessa! La Chiesa è, infatti, presente, perché vi sono i battezzati, in tanti, troppi, luoghi di lavoro in cui ancora vige ingiustamente un privilegio maschile. I discepoli di Gesù non solo non possono essere artefici o complici, ma devono operare per contribuire ad una vera trasformazione di queste realtà.
La Chiesa, tramite chi esercita il ministero dell’ascolto, può avere poi occasione di entrare in contatto con donne vittime di violenza, che il più delle volte sappiamo avviene in famiglia.
Occorre un impegno comune per scardinare la mentalità di possesso e sopraffazione, di non amore, che conduce a sofferenze psicologiche e fisiche di tante donne fino alle tragedie. Siamo chiamati ad accogliere il dolore delle persone vittime di violenza e indicare percorsi di sostegno perché non si sentano sole e possano essere aiutate a recuperare dignità e vita.
Non si può tacere poi dello sfruttamento sessuale. Costringere donne senza tutele, non di rado minorenni, a prostituirsi è un peccato gravissimo compiuto da chi organizza e da chi paga, è una forma di schiavitù intollerabile.
C’è, alla base di tutto, una missione educativa. Sono tante le istanze, nei social, nella musica e purtroppo persino in alcune leadership politiche a livello globale, che veicolano modelli sballati di rapporto donna-uomo. Si registrano anzi, nel discorso pubblico, gravi regressi. Dobbiamo accompagnare le giovani generazioni perché non siano ingannate.
Per questo, occorre una Chiesa sensibile e capace di riconoscere, come segno del Regno, la fatica delle donne che si alzano in piedi.
Maria Assunta, donna ri-alzata dalla morte, accompagnale e accompagnaci nel nostro cammino.


16/08/2026 16.23
Diocesi di Firenze


 
 


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